Frontignano, mi affaccio alla finestra e vedo il Bove
FRONTIGNANO. MI AFFACCIO ALLA FINESTRA E VEDO IL BOVE
di Emma Campanile, scritto a 12 anni nella primavera 2018
Le cinque di pomeriggio. A Fontignano infuria il temporale. Io sono davanti alla finestra, e dietro alle gocce che scivolano sul vetro c’è il monte Bove, con i suoi scoscesi versanti rocciosi che trasmettono pace infinita anche sotto i fulmini. Il terremoto ormai è passato da più di tre anni, ma a valle, nei paesi, sembra sia stato ieri.
Mi ricordo la prima volta che tornai a Ussita dopo il sisma: le macerie, case sventrate, le pareti rimanenti puntellate e messe in sicurezza.
A Visso l’entrata del grazioso centro storico era sbarrata, si poteva vedere solo uno scorcio della piazza dal vicolo con i palazzi semi crollati. Adesso, ogni volta che passo davanti all’ingresso del paese, cerco di coglierne più particolari possibili, e rimpiango i bei momenti durante i quali potevamo passeggiare proprio tra quelle case, passando davanti alla chiesa e sostando alla pasticceria, mentre il sole scaldava le pietre della piazza e faceva sbocciare i fiori nelle aiuole.

Inverno
Quando è arrivato l’inverno la neve che si posava sulle macerie ha portato un velo di tristezza che si è propagato per tutta la vallata.
Il terremoto ha reso inagibili gli impianti, ma l’amore per queste montagne ci ha fatto attaccare le pelli di foca sotto gli sci per risalire le piste: due o tre ore di salita, un passo dietro l’altro, respiri regolari, con la distesa nevosa innanzi a te che luccica al sole. Quando scorgi la tua meta in lontananza il passo si fa serrato ed ignorando la salita che si fa più ripida tieni gli occhi fissi all’orizzonte. Arrivata, io mi stendo sempre sulla neve e calmo il fiatone guardando il cielo terso e cercando invano un po’ di calore nel sole che invece brilla come una fredda luce elettrica. Tolte le pelli dagli sci si riparte in discesa, ogni volta diversa ma sempre appagante.
Quest’anno, però, siamo riusciti a sciare di più perché a sostituire gli impianti c’è stata una navetta che portava all’arrivo della seggiovia dismessa. Da lì iniziava una pista che un gatto delle nevi aveva battuto la sera precedente.
Era strano pensare a un gatto delle nevi là, su quelle piste, dove per molto tempo gioivamo solo nello scorgere in lontananza una persona. Era strano pensare che forse, per qualche mese, Frontignano sarebbe tornata quasi come un tempo.
Noi ci svegliavamo presto e facevamo circa dieci discese in tutto il giorno. Le piste non erano lunghe, ma ne godevamo ogni meraviglioso istante.
Ricordo la prima volta che ho sciato di nuovo su una pista battuta qui a Frontignano: ero felicissima e mi sembrava di essere tornata indietro nel tempo, quando stavo imparando, negli stessi posti, con le stesse magnifiche montagne che ci incorniciavano. Ricordo anche i pomeriggi con gli amici: bevevamo la cioccolata calda o il tè, e mangiavamo il panettone avanzato da Natale, mentre ridevamo con le guance ancora rosse dal freddo.
Primavera
Un tuono fragoroso mi riporta alla realtà: la croce sulla vetta del monte Bove, lontanissima ma al contempo assai vicina, continua a vegliare bonariamente sulla vallata.
Temporali come questo sono frequenti in primavera, quando la natura inizia a stiracchiarsi dal torpore invernale e la neve si scioglie in rigagnoli cristallini. Le piante iniziano a fiorire e il vento trasporta mille profumi nell’aria, il sole torna a scaldare e le mucche della valle a pascolare. Questo è il periodo perfetto per ripartire in mountain bike, con i trail nei boschi e le passeggiate panoramiche tra le montagne boscose che sembrano un unico corpo dalle curve sinuose adagiato morbidamente al suolo.
Estate
Poi l’estate inizia a soffiare il suo fiato caldo: le montagne ci invitano a fare passeggiate lungo i sentieri freschi e boscosi, ci riposiamo, ascoltiamo in silenzio la natura che ci parla, il rumore dell’acqua che sgorga dalla fonte del Lupo, poi arriviamo fino alle creste dei monti, e si apre un panorama mozzafiato. I monti ti circondano, da verdi iniziano ad assumere tutte le tonalità di azzurro fino a confondersi con l’orizzonte e sfumare. Sei arrivato alla vetta, dopo ore di cammino, e ti siedi sotto la croce, ad un passo da salti di roccia che terminano nel vuoto e impervie pareti verticali.
Sui versanti erbosi, invece, puoi sederti, guardare i cavalli che pascolano e galoppano, le nuvole plasmate dal vento e i falchi che ci sorvolano.
Quando si fa sera e siamo ormai a casa, dopo cena, ci mettiamo a guardare le stelle. Arriviamo ad una prateria punteggiata di ginepri, ci stendiamo su una coperta e sopra di noi si apre un mondo totalmente diverso, irraggiungibile e remoto. Quando arriva il silenzio inizia a sentirsi il dolce canto dei grilli, lento, delicato e monotono, e gli ultimi aliti di vento ci accarezzano le gambe facendoci venire la pelle d’oca. Le stelle sono magnifiche, polvere di perle che danza morbidamente su una distesa blu oceano. Poi, come per magia, iniziano le stelle cadenti, che lasciano scie luminose nel cielo, fino a scomparire in un barlume argentato.
Un lampo improvviso illumina il cielo. È passata più di un’ora dall’inizio del temporale. Con tanta pioggia il torrente si sarà ingrossato. Mi ricordo quando siamo andati a vederlo: era un giorno particolarmente caldo, quasi ora di pranzo. Avevamo appena finito l’ultimo trail in bici sotto il sole che arroventava le pietre e appesantiva il respiro. Io avevo caldo sotto le protezioni, e ad un certo punto ho sentito in lontananza lo scroscio dell’acqua, simile ad una risata. Esso mi ha portato fino al meandro di un piccolo torrente, e io e mia sorella non abbiamo potuto resistere a quell’acqua cristallina.
Mentre ci asciugavamo con i pochi raggi di sole che filtravano dai rami, io mi divertivo a guardare le foglie che atterravano delicatamente sul pelo dell’acqua, poi venivano trascinate dalla corrente tra le curve del torrente fino a scomparire tra la ridente vegetazione.
Il cielo si fa sempre più cupo: mi immagino di essere tra le vette dei monti, con il temporale che ruggisce e i fulmini che illuminano di luce malvagia i versanti. Proprio al centro di questa tempesta c’è il Fargno, un piccolo rifugio accessibile quasi esclusivamente d’estate, dati i danni dei tornanti che vi conducono a causa del terremoto, ma soprattutto per colpa della neve che d’inverno si ammassa sulle strette stradine, rendendo la baita irraggiungibile. Anche se piccolo, il Fargno riesce a sfidare le intemperie più estreme da anni, ed è ormai diventato un punto di riferimento per tutti: se passeggi tra le creste della zona puoi sempre vedere quel puntino bianco tra il verde. Ci andiamo spesso, d’estate, di solito a cena. In macchina ci vuole poco meno di mezz’ora. Io, durante il tragitto, amo osservare le montagne, madri secolari di queste vallate, sempre arroganti protagoniste dell’orizzonte. Il sentiero sterrato nel bosco lascia il passo ad uno stretto tornante sassoso che corre a mezza costa lungo il versante erboso della montagna. Prima di arrivare al rifugio si passa davanti alla capanna del pastore, con il recinto vuoto perché le capre stanno ancora pascolando. Le incontreremo poco più avanti, con i campanacci e i belati che si mischiano all’abbaiare dei cani pastore, mentre ruminano pigramente sui dossi erbosi alla luce del tramonto.
Il tramonto sui monti è qualcosa di una bellezza indescrivibile. Esso, però, raggiunge la perfezione solo per un istante, un istante indimenticabile, difficile da cogliere, durante il quale il sole, il cielo e i suoi colori si mantengono in un sublime equilibrio che non si ripeterà mai più.
Quando ormai il sole sparisce dall’orizzonte e la notte inizia a spargere le sue ombre, noi siamo dentro la piccola baita che ci accoglie sempre con il suo caldo abbraccio e il suo profumo di erbe aromatiche e legno. Ci sediamo vicino al caminetto a giocare a carte mentre mangiamo un buon piatto di lenticchie, accompagnati dal pacato ma allegro vociare di altre persone che hanno deciso come noi di rifugiarsi in questo accogliente angolino di felicità. Più tardi, in macchina sulla via di casa, appoggio la testa contro il finestrino e guardo le sagome nere dei monti che sfilano lentamente fino ad addormentarmi.
Autunno
Con il passare delle settimane arriva l’autunno, rapace dagli occhi di pietra e dalle ali possenti che sorvola i boschi, le vette e le vallate, e ovunque passa cambia la vita: non fa seccare le foglie luminose, non fa avvizzire i boccioli verdi, ma li rende più belli, una bellezza sottile, che si nota solo nel cuore, non tutti possono comprenderla, ma se ci si riesce si viene inondati dalle sue fiamme ardenti. Si sentono gli ululati dei lupi, inno dei monti, e tu te li puoi immaginare, mentre passano tra gli alberi come ombre felpate, con gli occhi saggi e il fiato che si condensa e si unisce alla nebbia tra i tronchi. Sui monti i boschi si sono trasformati in distese variopinte con le foglie degli alberi che variano tra le gradazioni del rosso, dell’arancio e del verde. Non ci sono parole degne di esprimere tale bellezza se non la vivi in prima persona, a tu per tu con la natura.
Se passeggi nel bosco puoi sentire l’odore della terra umida e dei funghi appena spuntati, che nascono proprio sotto il tappeto di foglie su cui stai camminando; se ti siedi su un tronco e stai in silenzio, ti accompagnerà il suono del vento tra le frasche degli alberi e quello dei rami scossi al passaggio degli scoiattoli.
Attraversando i prati, con un po’ di fortuna puoi incrociare i cervi, più frequenti rispetto al resto dell’anno, dato che l’autunno è il periodo dell’amore. Infatti gli esemplari maschi adulti sono più agitati perché in cerca di una femmina con cui accoppiarsi, ed è molto probabile riuscire a sentirne i bramiti irrequieti.
Con il passare del tempo la passionale bellezza autunnale va via via invecchiando, come se un velo di polvere si stesse lentamente creando. Le temperature scendono, giorno per giorno, grado per grado, finché un giorno, durante la pioggia, una piccola goccia d’acqua, mentre precipita verso la terra, si trasforma in un piccolo, piccolissimo fiocco di neve, che assieme ai suoi candidi fratelli inizia a ricoprire delicatamente ogni cosa, soffocando la vita e ovattando i sentimenti con un morbido strato di pace.
Scorre il tempo, la natura riprende il suo ciclo e le montagne si divertono a cambiare vestito ogni stagione che passa.
Scorre il tempo, e continuo ad affacciarmi alla finestra per ammirare l’alba sui monti.
Scorre il tempo, ma il monte Bove non smetterà mai di impreziosire la valle con la sua antica e superba bellezza.
